Il Linguaggio

IL LINGUAGGIO: DEFINIZIONE GENERALE

Il linguaggio è la capacità cognitiva che più caratterizza la specie umana.

Esso svolge due importanti funzioni:

  • una funzione comunicativa, attraverso la quale l’individuo ha la possibilità di favorire la trasmissione di informazioni e l’interazione sociale;
  • una funzione conoscitiva, dal momento che il linguaggio permette di descrivere e raccontare gli eventi attraverso concetti.

Il linguaggio possiede inoltre diverse proprietà funzionali:

  • espressiva: come mezzo per segnalare stati d’animo o intenzioni dell’emittente;
  • evocativa: per influenzare il ricevente (ad esempio il pianto del neonato);
  • rappresentativa: come mezzo di comunicazione del pensiero astratto, per informare su eventi lontani nel tempo e nello spazio;
  • intraindividuale: per pensare meglio, controllare meglio il comportamento, e avere un libero scambio d’informazioni.
Il Linguaggio tra le persone - Esame di Stato in Psicologia
Il linguaggio è la capacità che meglio rappresenta il genere umano

Altre caratteristiche importanti del linguaggio sono l’arbitrarietà e la convenzionalità. Non esiste, infatti, una relazione fra la forma del messaggio e il suo significato. Quest’ultimo è legato ai processi d’apprendimento e agli schemi simbolici condivisi tra chi parla la stessa lingua.

Il Linguaggio Non verbale

L’uomo possiede inoltre diversi linguaggi non verbali che si esprimono, ad esempio, attraverso i movimenti del corpo, delle braccia e del viso. Nella comunicazione non verbale, poi, sono molto importanti anche gli aspetti para-linguistici come l’intonazione, il pianto, il riso, uno sbadiglio, un sospiro e via dicendo. Questi elementi, sia quando compaiono isolatamente, sia quando accompagnano il linguaggio orale, arrichiscono di importanti significati (emotivi) la comunicazione tra persone.

Tra i segnali non verbali, non bisogna dimenticare l’uso dello spazio (una stanza più grande ad una persona più importante, il tenere a distanza una persona in segno di rispetto o starle vicino in segno di confidenza) e l’utilizzo di certi artefatti, come abiti e cosmetici che molto spesso comunicano molto più delle parole.

Un importante linguaggio non verbale è la lingua dei segni (LIS), che è una vera e propria lingua codificata. Doversi esperimenti di neurolinguistica hanno dimostrato che la lingua dei segni coinvolge le stesse aree cerebrali di una lingua naturale.

IL LINGUAGGIO: PRINCIPALI MODELLI TEORICI

Tra i principali modelli teorici che si sono occupati del linguaggio, in ambito psicologico, ricordiamo:

Teorie del rinforzo

I bambini imparano a parlare perché sono stimolati dai genitori nel farlo. Il linguaggio quindi si sviluppa come un processo di condizionamento. Secondo Skinner, teorico del comportamentismo, i processi di condizionamento sono in grado di spiegare il comportamento verbale proprio come gli altri tipi di comportamento. Ad esempio, se dopo i suoi primi vocalizzi il bambino è “rinforzato” da cibo e attenzioni, presto imparerà a dire “mamma”, “papà” e “pappa” ogni volta che vuole la madre, il padre o il biberon. Inoltre, Skinner riteneva che la quantità e la qualità della conversazione dei genitori con il bambino influisse sul livello di sviluppo linguistico del bambino, a partire dalle prime parole fino alle frasi più complesse. Sintetizzando quindi il pensiero di Skinner, ogni bambino apprende il linguaggio attraverso i meccanismo del rinforzo e dell’associazione.

Teorie innatiste

I bambini imparano a parlare perché programmati geneticamente per farlo. Secondo Chomsky il linguaggio è appreso solo in parte. Esiste, invece ,un’abilità linguistica innata (competence) che ne assicura lo sviluppo malgrado tutte le difficoltà che possano presentarsi nell’ambiente in cui cresce il bambino (ambienti deprivati o disagiati culturalmente). Per Chomsky il sistema linguistico altro non è che un insieme di regole che il bambino deve acquisire per imparare a parlare: il linguaggio è pre-programmato ed acquisito mediante un processo di maturazione (mediante l’acquisizione di regole) e non di apprendimento.

Secondo Chomsky, il fatto che tutti i bambini imparino a comunicare così rapidamente alla stessa età, implica la presenza cerebrale di qualcosa simile ad un “apparato di acquisizione della lingua” (language acquisition device, LAD). Proprio come hanno una predisposizione innata a stare eretti e camminare, così i bambini hanno una predisposizione innata a vocalizzare e parlare che li porta a trovare le parole per esprimere concetti innati. Questa consapevolezza delle strutture fondamentali di una lingua è ciò che rende possibile lo sviluppo precoce della comunicazione.

Le prime vocalizzazioni del bambino richiedono solo di essere affinate mediante gli specifici elementi lessicali e grammaticali di una particolare lingua, in modo che il LAD del bambino possa agganciarsi alle strutture comunicative della lingua all’interno di una particolare cultura. Chomsky, in sintesi, ritiene che il bambino possieda un’innata capacità di comprendere e usare la struttura fondamentale del linguaggio e che ciascuna cultura, poi, insegni ai suoi bambini le strutture particolari, quali il lessico e la grammatica.

Teorie interazioniste (Bruner)

Questo filone di teorie riconosce l’esistenza di alcune componenti innate nello sviluppo del linguaggio. Queste componenti, si integrano con altri fattori determinanti provenienti dall’ambiente: l’interazione degli adulti con il bambino in delicate fasi dello sviluppo costituisce uno stimolo decisivo all’acquisizione delle competenze linguistiche. L’ambiente culturale quindi è in grado di influenzare non solo il tempo di comparsa delle competenze, ma anche il grado di padronanza raggiunto e lo stile comunicativo.

Come è stato dimostrato, gli adulti che interagiscono con un bambino piccolo, lo fanno adottando parole brevissime e ripetute, con una scansione molto particolare: il cosiddétto “baby talk”. Questo tipo di interazione fra adulto e bambino cambia in base alle crescenti capacità linguistiche del bambino, e l’accompagna stimolandola in modo coerente e decisivo (Canestrari).

L’idea Bruner è in qualche modo legata a Piaget: ossia il bambino ha bisogno di capire un concetto prima di imparare ad esprimerlo verbalmente. Bruner però si differenzia da Piaget in quanto sottolinea maggiormente il peso assunto dell’ambiente sociale. (Per Piaget, come vedremo, assume piena centralità nel processo di sviluppo l’apparato cognitivo del soggetto).

Approccio di Piaget

Secondo Piaget è impossibile isolare il linguaggio dal contesto generale di sviluppo. E’ nei primi 18 mesi di vita, infatti, che i bambini imparano a esplorare il mondo attraverso azioni quali toccare, annusare, afferrare o portare alla bocca gli oggetti. Secondo Piaget è attraverso questa esplorazione che i bambini imparano a conoscere il mondo, il comportamento delle persone e l’esistenza degli oggetti.

Il linguaggio appare solo dopo che questo fase (detta stadio senso-motorio) sta per completarsi permettendo di oltrepassare simbolicamente il tempo e lo spazio. Il linguaggio, è solo un aspetto limitato del processo di rappresentazione simbolica; contemporaneamente allo sviluppo del linguaggio i bambini imparano a disegnare, a correre, a giocare e ad imitare azioni più o meno complesse dagli adulti. Piaget inoltre sostiene che negli stadi successivi è solo l’intelligenza che permettere lo sviluppo del linguaggio e non altri fattori.

Viene quindi rifiutata sia l’ipotesi di Skinner (condizionamento), sia quella di Chomsky (abilità innata) sottolineando invece la centralità dello sviluppo cognitivo. Un altro aspetto importante è quello che Piaget chiama egocentrismo infantile (stadio pre-operatorio, che solo più tardi diventerà referenziale) ossia la tendenza ad essere “incentrato sull’io”. Il bambino guarda le cose unicamente dalla sua prospettiva non rendendosi conto che esistono altri punti di vista. Questo aspetto è evidente soprattutto nella conversazione nella quale il bambino non tiene conto dell’interlocutore, come se l’altro conoscesse il suo stesso pensiero.

Altri autori però hanno dimostrato che bambini anche molto piccoli si rendono conto che l’interlocutore vuole altre spiegazioni e si sforzano (in maniera diversa  a seconda dell’età) per soddisfarlo. Per Vygotsky il linguaggio egocentrico del bambino è stato così interiorizzato dall’adulto che nell’adulto stesso non si manifesta più come tale. Piaget direbbe che non si manifesta più perché è scomparso; mentre per Vygotsky è stato solo “interiorizzato”.

METODI DI INDAGINE

I primi strumenti per la valutazione del linguaggio non furono dei test specifici, bensì sottoscale di test più generali. Tra queste vale la pena ricordare il Test di Gessel e Amatrude che comprende 4 sottoscale per la valutazione dello sviluppo linguistico (1 mese – 6 anni) ed il Test di Brunet e Lezine, in cui una delle 4 sottoscale è dedicata allo sviluppo comunicativo (da 1 a 30 mesi).

Per la valutazione dello sviluppo linguistico-comunicativo, attualmente ci si può avvalere di strumenti diretti e indiretti. I primi consistono in osservazioni o prove somministrate dal clinico al soggetto stesso come il Reynell Developmental Language Scales e il Comunication Intention Inventory (C.I.I.). I secondi sono invece questionari o interviste volti a valutare le competenze comunicative somministrate ai genitori del bambino, come il Questionario sullo Sviluppo Comunicativo e Linguistico nel secondo anno di vita di Camaioni, Caselli, Volterra e Luchenti.

AMBITI APPLICATIVI

Ambito Clinico

In ambito clinico il linguaggio è considerato uno dei sistemi rappresentativi che meglio esprime il pensiero ed è lo strumento principale per indagare problematiche di natura intrapsichica. E’ attraverso il linguaggio, infatti, che si stabilisce il primo rapporto con il paziente (che può avvenire attraverso un appuntamento telefonico o nel momento in cui questi arriva all’incontro) e si decidono le regole del rapporto terapeutico (orario delle sedute, frequenza e pagamento dell’onorario, ecc…). Inoltre il paziente esporrà verbalmente il problema che l’ha portato in terapia.

In questo rapporto è importante anche ciò che il terapeuta comunica: egli dovrà usare un linguaggio semplice, privo di tecnicismi, specifico e soprattutto comprensibile. Attraverso il linguaggio, il terapeuta deve comunicare competenza, chiarezza e disponibilità all’aiuto. Bisogna inoltre porre attenzione alla comunicazione non verbale (CNV) ed al linguaggio del corpo, il quale può rivelare importanti aspetti emotivi e motivazionali del soggetto.

NB: (alla comunicazione non verbale, qui solo accennata, verrà dedicato a breve un ampio articolo specifico).

Linguaggio e DSA - Esame di Stato in Psicologia
I soggetti con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) presentano un pregresso disturbo di linguaggio nel 30-40 % dei casi.

Ambito Scolastico

In ambito scolastico il linguaggio assume grande importanza. Il ritardo o disturbo del linguaggio (DL) rappresenta, infatti, una condizione frequente ed è solitamente considerato un disturbo transitorio dello sviluppo a prognosi favorevole. Basta però ricordare che spesso i primi disturbi di linguaggio si evidenziano proprio all’ingresso della scuola, attraverso il confronto con gli altri bambini e talvolta sono la spia di un disagio più profondo sul quale è necessario indagare.

I disturbi di linguaggio rappresentano, in particolare, i disturbi neuropsichici ad emergenza più frequente tra i 2 e 6 anni. La definizione di ritardo o disturbo del linguaggio in età evolutiva è utilizzata per descrivere quadri clinici molto eterogenei, in cui le difficoltà linguistiche possono manifestarsi in associazione con altre condizioni patologiche (deficit neuromotori, sensoriali, cognitivi e relazionali) o anche isolatamente.

Nel primo caso si parla di Disturbi del linguaggio secondari (o associati al disordine primario) mentre, nel secondo caso, si definiscono Disturbi specifici del linguaggio (DSL) i ritardi o disordini del linguaggio “relativamente puri”, in cui non sono identificabili fattori causali noti. I DSL risultano avere una diffusione del 5-7 % in età prescolare e tendono a ridursi nel tempo con una incidenza dell’1-2% in età scolare.

Considerato che il 30-40% dei bambini con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) presentano un pregresso disturbo di linguaggio è necessaria una diagnosi ed un intervento precoce.

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