La Motivazione

DEFINIZIONE GENERALE

Per motivazione si intende una serie di processi coinvolti nella determinazione del comportamento, ovvero uno stato di attivazione interiore in virtù del quale un organismo intraprende una determinata azione.

La motivazione può essere: cosciente o incosciente, semplice o complessa, transitoria o permanente, primaria (di natura fisiologica) o secondaria (di natura personale e sociale). Per motivazione si intende ogni fattore interno che inizia, dirige e sostiene nel tempo la ricerca della soddisfazione di un’esigenza, e sensibilizza selettivamente verso gli oggetti collegati a tale soddisfazione.

La motivazione si distingue dall’emozione per il fatto che presenta un certo grado di eccitazione, necessaria per compiere un azione molto ben organizzata e diretta. Seguendo lo schema della teoria behavioristica stimolo-risposta, la motivazione si distingue dall’emozione perché si colloca più sul versante dello stimolo che della risposta.

PRINCIPALI MODELLI TEORICI

La motivazione è stata interpretata da diversi orientamenti teorici. Ecco una breve rassegna dei più significativi.

Teoria pulsionale biologica

Questa teoria di stampo meccanicistico si fonda sul concetto di bisogno, che deriva dalle necessità biologiche dell’organismo: quando esse non vengono soddisfatte scatta un segnale che, giunto ad un livello soglia, induce all’attivazione di una pulsione. La soddisfazione del bisogno fa discendere il segnale al di sotto della soglia di attivazione e la motivazione viene inibita. Questo processo generale di mantenimento di un certo equilibrio dell’organismo mediante un meccanismo di controllo a retroazione di tipo automatico, viene detto omeostasi.

A livello fisiologico si conoscono diversi meccanismi omeostatici, che regolano ad esempio le attività ormonali, l’attivazione cerebrale, l’alternanza sonno-veglia, etc. Morgan, nel 1957, formulò una teoria per la quale la motivazione è la risultante di uno stato di attività di alcune strutture del sistema nervoso centrale, frutto dell’integrazione di stimoli endogeni ed esogeni e di alcune condizioni umorali ed ormonali. I centri principali si troverebbero al livello del mesencefalo e dell’ipotalamo. Attualmente sono stati individuati i centri ipotalamici responsabili dell’attivazione degli stati motivazionali. Questa teoria spiega come uno stato di squilibrio fisiologico possa attivare una pulsione, ma non spiega come essa possa influenzare il comportamento umano.

Comportamentismo

Secondo questo approccio la motivazione è interpretata in base alla sequenza: stimolo – risposta – rinforzo (vedi condizionamento operante di Skinner).

Teoria freudiana delle pulsioni

Per Freud, i meccanismi fisiologici generano una condizione di tensione e attivano una spinta, definita pulsione, che crea uno stato che vissuto come sgradevole. Lo scopo della pulsione, infatti, è proprio quello di ridurre tale tensione. La teoria freudiana, sottolineando la componente istintiva del comportamento, lo riconduce di fatto a due istinti di base:

  1. l’istinto di sopravvivenza/procreazione detto libido;
  2. l’istinto di morte/distruzione detto destrudo.

Lo scopo delle pulsioni, in pratica, coincide con la necessità di ridurre la tensione, trovando un bersaglio,ossia un oggetto su quale riversarla e scaricarla.

L’uomo però, a differenza degli altri animali, vive senza poter soddisfare sempre direttamente e nell’immediato le proprie pulsioni. Questa è la conseguenza, ovviamente, delle regole imposte dalla società ed è la causa dell’insorgere della frustazione. Di conseguenza, ogni qual volta l’uomo non può soddisfare liberamente le proprie pulsioni, mette in atto una sostituzione dell’oggetto, un processo anche detto sublimazione.

L’inibizione morale che genera la sublimazione, dà origine ad un altro tipo di meccanismo di difesa, più problematico, la negazione. In questo caso la pulsione viene rimossa e relegata nell’inconscio, ma nonostante questo continua a guidare e determinare le azioni del soggetto appunto in modo inconsapevole.

La visione freudiana, considerata talvolta pansessualistica, è stata ampliata da altri autori tra cui Adler, che ha introdotto la categoria pulsionale del dominio e la relativa ricerca del controllo e del potere; e Jung, che ha invece introdotto i modelli archetipici che fungono da orientamento alla costituzione della persona.

Teoria pulsionale etologica

L’autore di riferimento è Lorenz, il quale afferma che le pulsioni sono specie-specifiche (sono degli istinti caratteristici della singola specie), ma si manifestano solo se esiste un adeguato livello di impulso ed uno stimolo scatenante.

Teoria cognitivista

All’interno dell’approccio cognitivista, ricordiamo un gruppo di teroie note come Teorie dell’attribuzione.

Per Heider, la motivazione è strettamente legata alle cause che un individuo attribuisce al risultato raggiunto. Egli distigue tra cause/fattori interni (abilità, impegno) ed esterni (difficoltà, fortuna).

Weiner, rinomina il concetto espresso da Heider con il termine locus of control (che può quindi essere interno od esterno) ed aggiunge altri due fattori:

  • Stabilità: quanto un individuo ritiene duraturo nel tempo il risultato di un evento;
  • Controllabilità: quanto un individuo ritiene in grado di intervenire direttamente su una data situazione e modificarla/influenzarla.

In questo scenario, poi, un ruolo molto importante è svolto anche dall’autostima. Questa è in grado infatti di influenzare gli obiettivi e le mete che ci si prefiggono nella vita. L’autostima, condizionata dallo stile educativo dei genitori, influenza l’intero comportamento dell’uomo nel corso della sua vita.

Festinger, d’altro canto, sostiene che se la remunerazione cresce in rapporto alla produttività e alla qualità dell’opera, aumenta anche l’impegno e la motivazione al lavoro. Se invece gli incentivi  sono concessi solo con l’ottenimento di risultati molto difficili, si genera nella maggior parte delle persone un senso di impotenza e inadeguatezza con conseguente calo della motivazione.

La relazione tra il giudizio che il singolo ha di se stesso e delle proprie capacità (self-efficacy) e la qualità delle sue prestazioni successive è molto complessa. Per Bandura, la fiducia che le persone hanno nelle proprie risorse è determinante del successo nel comportamento successivo.

Teorie dell’autorealizzazione

In questo gruppo rientrano tutte quelle ricerche che collocano l’insorgere della motivazione umana nel progetto della realizzazione di sé. Rientrano in questo gruppo gli studi di Maslow e Allport.

La Piramide di Maslow

Il modello di Maslow costituisce un tentativo di stabilire una gerarchia dei bisogni e delle motivazioni di carattere sia biologico che sociale. La scala di Maslow è composta da motivazioni: fisiologiche (che dipendono da funzioni fisiologiche come il sonno, la fame…), di sicurezza (che hanno lo scopo di portare alla ricerca di persone parentali in grado di assicurare sicurezza al piccolo), di amore e appartenenza (esigenza di sentirsi parte di un gruppo, di dare e ricevere amore), autostima e prestigio (esigenza di vedere riconosciuto i propri bisogni e di formarsi una buona immagine di sé), autorealizzazione e successo.

A questi si può aggiungere un ulteriore livello rappresentato dal bisogno di trascendenza da sé cioè di sentirsi in un insieme più vasto, di ordine cosmico o divino. In base a questa scala egli afferma che, solo una volta soddisfatti i bisogni che si riferiscono al gradino inferiore, si ha l’attivazione dei motivi relativi al gradino superiore. Se, per es. l’individuo sta soffrendo la fame, questo bisogno insoddisfatto di cibo sarà l’unico o principale fattore motivazionale che guiderà le sue azioni e non ci sarà spazio per motivazioni dei livelli superiori.

Il Modello di Maslow può essere sostanzialmente ridotto a 3 gruppi di bisogni che richiedono competenze cognitive e comunicative diverse:

  • 1. bisogni primari: connessi direttamente con bisogni fondamentali (livelli I e II);
  • 2. bisogni sociali: legato al rapporto interattivo con gli altri (Livello III e IV);
  • 3. bisogni del sé: che possono essere assicurati solo da una capacità di rappresentazione astratta, simbolica; questo livello (il V e il VI) è di proprio soltanto dell’uomo.
La Teoria dell’Autonomia Funzionale di Allport

A differenza di Maslow, Allport, nella sua Teoria dell’Autonomia Funzionale dei motivi superiori, afferma che molte motivazioni acquisite possono diventare funzionalmente autonome.

Questa teoria sostiene che all’inizio i motivi fisiologici ed impulsivi sono gli unici fini che strumentalizzano la condotta umana. Tuttavia a poco a poco, le azioni prodotte per soddisfare i bisogni diventano abituali, e piacevoli in se stesse, per cui vengono ripetute non più per soddisfare i bisogni, cui servivano inizialmente, ma per se stesse. Inoltre, a poco a poco, matura un centro di identità personale, un Io (proprium) per cui le varie azioni non tendono più tanto a soddisfare questo o quel bisogno, ma la persona intera, a rafforzare la sua autostima, il suo senso di crescita, di realizzazione di sé e dei suoi ideali. Per cui le stesse condotte che prima erano al servizio dei bisogni fisiologici, sono ora espressione di motivi che funzionano in modo autonomo ed originale.

METODI DI INDAGINE

In primo luogo abbiamo i metodi sperimentali, detti anche oggettivi per la precisione del loro metodo. Usati particolarmente nella psicologia animale e dalla corrente behavioristica, essi comprendono il controllo del ritmo della soddisfazione, nella supposizione che il periodo di deprivazione è una misura attendibile del bisogno non soddisfatto; la misura degli ostacoli superati per giungere alla soddisfazione; la misura della rapidità ed efficienza dell’apprendimento o dell’attività per ottenere la rispettiva soddisfazione.

Gli psicologi clinici per la rivelazione dei motivi dei loro pazienti usano di preferenza i metodi proiettivi i quali permettono di scoprire anche i motivi e strutture motivazionali inconsce e profonde. Ampiamente usati nello studio dei motivi sono anche i questionari di personalità e il colloquio, strumento d’elezione quando ci si occupa delle dinamiche motivazionali che agiscono in ambito clinico. Per un accostamento globale alla persona si utilizza anche l’analisi di documenti personali (diari, saggi e simili)

AMBITI APPLICATIVI

In ambito clinico, la motivazione svolge un ruolo molto importante nel setting terapeutico. La teoria di McClelland può essere utilizzata per analizzare il rapporto tra paziente e terapeuta nonché per l’analisi delle motivazioni del paziente.

In questo contesto, le motivazioni possono essere suddivise in:

  • Estrinseche: il paziente è influenzato o costretto da altri ad intraprendere la terapia. In questo caso è difficile creare quell’alleanza necessaria per il buon risultato della terapia.
  • Intrinseche: il paziente decide spontaneamente di intraprendere la terapia. In questo caso ci sono tutti i presupposti per iniziare il lavoro nel migliore dei modi.

Molto importanti, sono anche le motivazioni dello psicologo; sia quelle derivanti dalla sua storia personale, sia quelle relative al valore che lo psicologo attribuisce alla sua professione. Possiamo individuare tre tipi di motivazioni/bisogni:

  1. Di successo/affermazione: il terapeuta porta all’eccesso il raggiungimento di una certa qualità della prestazione a discapito del paziente. L’attenzione è rivolta agli aspetti formali. Il paziente può reagire con un atteggiamento di evasione, aggressivo o deduttivo.
  2. Di affiliazione: può avere conseguenze positive nello stabilire un’alleanza terapeutica ma anche negative se il terapeuta strumentalizza il paziente usandolo come fonte di soddisfazione/frustrazione emotiva. Viene ad instaurarsi un rapporto di dipendenza che vanifica la terapia. Il paziente reagisce con atteggiamenti aggressivi o seduttivi, oppure con evasione.
  3. Di potere: lo psicologo cerca di affermare la propria personalità controllando l’altro. Il paziente reagisce in maniera aggressiva, con risposte evasive che banalizzano i tentativi dello psicologo.

Lo psicologo, dovrebbe tener presente che la motivazione fondamentale è quella di crescere come persona attraverso il suo lavoro, poiché aiutare gli altri ad uscire dalle loro difficoltà permette di focalizzare le proprie difficoltà con sé stessi e con gli altri, mettendosi costantemente in discussione. Queste dinamiche sono fondamentali soprattutto nel primo colloquio tra paziente e terapeuta.

14 pensieri riguardo “La Motivazione

  • 13 Settembre 2012 in 6:37 pm
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    Ciao!

    Intanto grazie per queste informazioni. Però mi è sorto un problema leggendo il tuo schema sulla motivazione. Io sto studiando dall’Atkinson e in questi giorni appunto sto proprio facendo la motivazione. Tuttavia qui non parla nè di Maslow nè di Heider o altri. Semplicemente divide le due teorie (pulsionali e incentivi), senza enfatizzare il ruolo degli autori che passano in secondo piano.
    Cosi ad es. io potrei dire (allo stato attuale di studio) che: “la motivazione è la condizione che determina l’intensità e la direzione di un movimento ed è sperimentata soggettivamente come un desiderio conscio. Due sono le teorie principali sulla motivazione. Le teorie pulsionali le quali pongono l’enfasi sul ruolo dei fattori interni sulla motivazione e le teorie da incentivazione, dove sono i fattori esterni ad avere un ruolo motivazionale e a spingere o meno, dunque, l’uomo all’azione.
    Secondo le teorie pulsionali la motivazione è una condizione che sorge per cause biologiche interne secondo il principio dell’omeostasi, quindi tesa alla ricerca del mantenimento di un equilibrio biologico, psicologico. Si tratta di bisogni base quali sete, fame, temperatura, ecc..
    Le teorie da incentivazione invece sostengono il ruolo motivazionale di fattori esterni, i quali, solitamente, rappresentano rinforzi secondari ovvero è stato appreso il loro ruolo di rinforzo tramite l’apprendimento della loro relazione con altri eventi. Cosi ad esempio i soldi rappresentano un incentivo per il lavoro e ricoprono il fattore esterno motivazionale.
    Le due teorie, nonostante abbiano prospettive diverse, non sono in contrasto tra di loro. Spesso anzi assistiamo alla loro interazione e al loro intreccio nella vita quotidiana.”

    Ecco io oltre a questo, stando a quanto ho letto su questo libro, non saprei dire altro: test e metodi d’indagine, ambiti applicativi
    Forse ne parlerà in altri capitoli ma in questo modo rende più difficile integrare le info per ogni argomento.

    Cosa ne pensi?
    Credi che il Canestrari offra una migliore visione d’insieme?

    Spero tanto tu possa aiutarmi, Ciao e grazie!

    Rispondi
    • 22 Settembre 2012 in 2:27 pm
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      Ciao Daniele,
      innanzitutto ti ringrazio per l’interesse mostrato verso il blog e l’articolo in questione e mi scuso per il ritardo con cui mi accingo a risponderti…dunque per tornare al nodo della questione, diciamo che il testo dell’Atkinson è sicuramente molto valido, ma affronta la tematica della motivazione in termini un pò generici (anche perchè la sua declinazione è un altra)… e poi mi sembra che c’è un pò di confusione tra motivazione intrinseca/estrinseca e motivazione primaria/secondaria. Diciamo che le classificazioni sulla motivazione sono tante e non tutte seguono lo stesso fattore discriminante. La suddivisione tra motivazioni primarie e secondarie non esclude necessariamente quella tra motivazioni estrinseche ed intrinseche. La prima tipologia di classificazione si riferisce più ad uno sviluppo gerarchico motivazionale: ad esempio possiamo considerare la sete come m. primaria in quanto il suo manifestersi nell’uomo ha un carattere di priorità rispetto al bisogno di sicurezza, il quale a sua volta ha precedenza rispetto al bisogno di autorealizzazione (Maslow). Questo aspetto gerarchico è anche presente ad esempio in McClelland, il quale però ha suddivso le motivazioni primarie e secondarie focalizzando l’attenzione sullo sviluppo nel corso della vita : “Le motivazioni primarie compaiono per prime nel corso dello sviluppo e risultano essenziali per la sopravvivenza dell’individuo. Le motivazioni secondarie, invece, compaiono più tardivamente nel corso dello sviluppo”. Come capirai, anche questa calssificazione non esclude necessariamente l’approccio di Maslow bensì si integrano a vicenda. McClelland, inoltre, ha classificato la motivazione anche in intrinseca ed estrinseca applicandola alla complessa relazione che si intaura tra paziente e clinico : “estrinseca quando il paziente è influenzato o costretto da altri ad intraprendere la terapia (in questi casi, mancando la motivazione intrinseca, è difficile creare una alleanza necessaria per un buon risultato del lavoro) ed intrinseche quando è il paziente che, spontaneamente decide di intraprendere un lavoro psicologico”.
      Invece per quanto riguarda le teorie pulsionali, anche qui è bene non confondere l’approccio biologico (che possiamo ricondurre a Morgan, con il concetto di omeostasi, il quale ha un approccio fisiologico meccanicistico) e l’approccio psicodinamico (con la toeria freudiana delle pulsioni). Anche qui le due teorie affrontano la motivazione da punti di vista molto diversi tra loro, sebbene il termine pulsione possa far pensare ad una connessione stretta che di fatto però non sussiste.

      Il Canestrari può sicuramente avere alcuni difetti, ma sul tema della motivazione (cap. 11 ,le condotte motivate) potrebbe davvero diramare parecchi dubbi al riguardo. Ti consiglio pertanto di leggerti questo capitolo in cui troverai illustrati nel dettaglio tutti i principali approcci sulla motivazione nella maniera più chiara possibile. Un altro testo più sintetico e valido per una panoramica esaustiva è la “Guida di Kappa all’esame di stato” oltrechè ovviamente il post che hai trovato qui sul blog che ne è un sincero debitore come lo è del Canestrari ovviamente.

      Spero di esserti stato di aiuto e di aver chiarito almeno in parte i tuoi dubbi,
      ti ringrazio per l’interesse e ti auguro buono studio 🙂
      Giampiero.

      Rispondi
  • 3 Maggio 2013 in 7:41 pm
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    Ciao, mi intrometto in questa discussione perchè sono stata ad un corso di preparazione all’EDS e li hanno insistito molto sull’importanza di non fare temi modello “lista della spesa” con infiniti elenchi di teorie, quello che conta invece è confrontare le teorie (in genere 2) delineare le differenze, i limiti e i pregi… Per il tema della motivazione, mi riesce davvero difficile questo confronto, mi chiedevo se potessi darmi qualche dritta in tal senso. In ogni caso ti ringrazio per l’attenzione.

    Rispondi
    • 3 Maggio 2013 in 8:06 pm
      Permalink

      Ciao Marcella,
      innanzitutto benvenuta nel Blog ;)…e grazie per partecipare alla discussione…
      …è vero quello che dici, però dipende anche da cosa “esce” all’esame. Nel mio caso, ad esempio, è uscita proprio la motivazione, ma la richiesta era di affrontare soltanto una teoria e non confrontarla con un altra. Nel caso invece, in cui venga richiesto esplicitamente un confronto allora è un’altra cosa. Sulla motivazione potresti focalizzarti sui differenti punti di visti che nel corso del tempo si sono avvicendati, o meglio proprio sul diverso “focus” di indagine che le varie scuole del pensiero psicologico (o almeno 2 di queste) hanno posto come base della ricerca sulla motivazione. Un confronto ad esempio potrebbe essere tra l’approccio cognitivista, che ha dato maggiore importanza al ruolo attivo dell’uomo, alla sua capacità di crearsi delle aspettative per il raggiungimento di uno scopo e come alimentare le proprie energie e risorse (e tra questi trovi Heider, Festinger, Bandura ecc..) e l’approccio Freudiano che vede nelle “pulsioni” le vere spinte interne ed in gran parte inconsapevoli del comportamento umano. Proprio sul continuum consapevolezza/inconsapevolezza si potrebbe argomentare un’interessante discussione descivendo i varo pro e contro delle teorie.

      Spero di esserti stato d’aiuto in qualche modo con questo suggerimento…
      Ti auguro buono studio e buona fortuna per l’esame 🙂

      Rispondi
  • 3 Maggio 2013 in 9:34 pm
    Permalink

    Ti ringrazio molto per gli spunti di riflessione! ciao e complimenti per il blog!

    Rispondi
  • 7 Maggio 2013 in 11:20 pm
    Permalink

    Ciao, ti scrivo ancora una volta… ho difficoltà a reperire materiale sull’integrazione tra motivazione ed emozione. L’unica cosa che ho trovato è il modello sul Moderato, ma onestamente non è che l’abbia capito molto e avrei difficoltà a memorizzarlo! Potresti darmi qualche dritta?! grazie e scusa il disturbo!

    Rispondi
    • 8 Maggio 2013 in 12:04 pm
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      Ciao Marcella dovrei avere degli appunti proprio sul rapporto motivazione/emozione, non appena li trovi li sistemo e pubblico un nuovo post sull’argomento 😉

      Rispondi
      • 11 Giugno 2013 in 9:59 pm
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        Marcella, quando hai modo dai un occhiata al Blog…ho appena pubblicato un post ricco di spunti per affrontare il rapporto emozione/motivazione/cognizione in parte ispirato alla tua richiesta..
        buono studio 🙂

        Rispondi
  • 11 Giugno 2013 in 7:10 pm
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    Il tuo blog è un davvero un valido aiuto per la preparazione dell’esame
    , ti ringrazio!.. nel frattempo…

    Rispondi
  • 7 Aprile 2014 in 6:36 pm
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    io non riesco ad inserirmi nel tuo blog…. 🙁

    Rispondi
    • 7 Aprile 2014 in 6:44 pm
      Permalink

      Ciao, allora per seguire il blog e/o iscriverti devi andare sul link apposito…lo trovi sotto la “nuvoletta” di parole chiave, sulla colonna a destra dell’articolo 🙂

      Rispondi
    • 7 Aprile 2014 in 6:45 pm
      Permalink

      Ciao, allora per seguire il blog e/o iscriverti devi andare sul link apposito…lo trovi sotto la “nuvoletta” di parole chiave, sulla colonna a destra dell’articolo 🙂

      Rispondi

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