Il rapporto tra Pensiero e Linguaggio

Il rapporto tra pensiero e linguaggio rappresenta un importante tema sul quale le varie scuole psicologiche hanno ampiamente dibattuto nel corso dei secoli. Lo sviluppo dell’uno, infatti, è inevitabilmente correlato a quello dell’altro per almeno due ragioni: 1) la comunicazione verbale richiede l’accesso a capacità simboliche e rappresentazioni del pensiero, veicolando messaggi che vanno oltre la concretezza del qui e ora; 2) il linguaggio guida la concatenazione logico-sequenziale dei concetti e dei propri ragionamenti interiori.

PRINCIPALI MODELLI TEORICI

L’ipotesi Sapir-Whorf

La cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf, anche conosciuta come ipotesi del determinismo o del relativismo linguistico, sostiene che il linguaggio possa in qualche modo influenzare il pensiero, ovvero il modo in cui una persona percepisce e concettualizza il mondo. Secondo questa ipotesi, infatti, persone che parlano lingue differenti pensano anche in modo differente.

Questa teoria è stata al centro di un ampio dibattito e negli anni successivi alla sua formulazione, l’ipotesi è stata giudicata da diversi studiosi come priva di fondamento e non dimostrabile con dati empirici. Si è arrivati pertanto a postulare due chiavi di lettura della medesima tesi, note come versione forte e versione debole dell’ipotesi Sapir-Whorf.

La prima variante (versione forte) più vicina al pensiero di Whorf, è conosciuta con il nome di determinismo linguistico afferma che il nostro pensiero è interamente determinato dalle strutture del lingua. La versione debole dell’ipotesi, vicina al pensiero di Sapir può essere distinta dalla precedente con il nome di relativismo. La tesi, in questo caso, si limita a sostenere che le strutture delle diverse lingue esercitano un’influenza sul processo di categorizzazione dei parlanti senza esserne però troppo vincolate.

Queste due diverse versioni dell’ipotesi Sapir-Whorf hanno influenzato tutti gli studi successivi tra i queli meritano un posto di rilievo l’approccio dell’epistemologia genetica di Jean Piaget e quello della scuola Storico-Culurale russa di Lev Semënovič Vygotskij.

L’approccio di Piaget

Lo psicologo svizzero Jean Piaget a seguito di studi sistematici condotti su bambini di varie età, ha avanzato l’ipotesi che il linguaggio sia una capacità dipendente dal pensiero. Alla nascita (stadio del pensiero preoperatorio) non sembra esserci una vera e propria esigenza comunicativa da parte del bambino. Soltanto a partire dai 18 mesi (stadio dell’intelligenza preoperatoria) e fino a 6/7 anni si consolidano schemi di risposta più complessi e, con essi, lo sviluppo di rappresentazioni mentali degli oggetti e delle interazioni. Questo periodo è comunque caratterizzato dall’egocentrismo del bambino quando parla non ha consapevolezza che si possono avere punti di vista diversi dai suoi e non si preoccupa di adattare il suo linguaggio all’esigenze dell’interlocutore. Inoltre in questo stadio, è presente un’adesione alla realtà materiale ossia il nome è dotato delle stesse caratteristiche dell’oggetto, e si evidenzia la tendenza ad attribuire un’anima agli elementi del mondo naturale.

Successivamente con il passaggio al terzo stadio (intelligenza operatoria concreta, 7-11 anni) assistiamo all’uso delle operazioni reversibili da parte del bambino che rappresentano azioni interiorizzate. Le operazioni sono però ancora concrete, applicabili a ciò che “è”, il pensiero è meno egocentrico, anche se per il bambino risulta difficile assumere la prospettiva altrui; il linguaggio diviene socializzato.

Il quarto stadio (intelligenza operatoria formale, dagli 11 anni in poi) è infine caratterizzato dalla presenza delle cosiddette operazioni formali. Il pensiero diviene ipotetico-deduttivo, astratto, è applicabile a “ciò che potrebbe essere” e quindi “possibile”;  il ragazzo riuscirà quindi a formulare delle ipotesi, verificarne l’attendibilità e validità attraverso processi logici.

L’approccio di Vygotski

Per Vygotskij, il linguaggio è in relazione dinamica con il pensiero in quanto in grado di trasformarlo e influenzarlo: linguaggio e pensiero si integrano nel corso dello sviluppo divenendo strutturalmente interdipendenti.

Secondo lo psicologo russo, l’interiorizzazione del linguaggio è un passaggio evolutivo cruciale poiché consente la formazione delle funzioni psichiche superiori. Inizialmente, non c’è un legame stretto tra pensiero e parola; solo intorno ai 3 anni infatti il linguaggio interpersonale si scinde in un linguaggio socializzato con funzione una comunicativa verso gli altri e un linguaggio egocentrico dove il bambino parla con se stesso per guidare il pensiero, risolvere problemi e pianificare le proprie azioni.

Il bambino crescendo, da un lato affina le proprie capacità di comunicazione verbale, dall’altro interiorizza il linguaggio egocentrico in modo progressivo fino a farne il proprio linguaggio interiore. Inoltre Vygotskij introduce anche il concetto di zona di sviluppo prossimale specificando quindi la differenza fra i livelli di sviluppo cognitivo e linguistico ovvero tra ciò che il bambino sa fare da solo (livello attuale) e ciò che potrebbe fare se aiutato (livello di sviluppo potenziale).

Se quindi per Piaget il linguaggio egocentrico del bambino scompare nelle fasi successive trasformandosi in linguaggio sociale,  per Vygotskij, al contrario la mente del bambino è per sua natura sociale e lo sviluppo del linguaggio egocentrico costituisce un presupposto evolutivo della pianificazione del proprio comportamento; esso pertanto non scompare del tutto, ma diviene strumento di pensiero nella forma silente del linguaggio interno.

METODI DI INDAGINE

Negli ultimi anni si è assistito al crescere dell’interesse verso le problematiche relative alla valutazione dello sviluppo comunicativo linguistico, in fasi di età sempre più precoci.

Tale esigenza si spiega con la necessità di individuare eventuali condizioni di rischio o di predire ritardi nello sviluppo, in modo da attuare un piano di prevenzione primaria o programmare un piano di intervento riabilitativo adeguato. Storicamente i primi strumenti utilizzati per la valutazione del linguaggio non erano dei test specifici, bensì sottoscale di test più generali. Tra queste il test di Gessel e Amatrude e il test di Brunet e Lezine e non consentivano una discriminazione al di sotto dei dodici mesi di età del bambino.

Ad oggi, per la valutazione dello sviluppo linguistico comunicativo ci si può avvalere di strumenti diretti ed indiretti. I primi consistono in osservazioni o prove somministrate dal clinico al soggetto stesso come il C.I.I. (Comunication Intention Inventory) mente i secondi sono questionari o interviste volti a valutare le competenze comunicative somministrate ai genitori del bambino, come il Questionario sullo Sviluppo Comunicativo e Linguistico di Camaioni, Caselli, Volterra, Luchenti che può essere somministrato nel secondo anno di vita.

AMBITI APPLICATIVI

Il linguaggio assume un ruolo primario nell’ambito clinico/terapeutico in quanto strumento principale attraverso il quale indagare le problematiche di natura intrapsichica del paziente.

È infatti attraverso il linguaggio che si stabilisce il “primo rapporto” con il paziente: questo può avvenire, ad esempio, attraverso appuntamento telefonico o nel momento in cui il paziente arriva all’incontro. Inoltre, sempre attraverso la comunicazione verbale si stabiliscono le “regole” del rapporto terapeutico che devono essere chiare e condivise da entrambi (orario delle sedute, frequenza e pagamento dell’onorario, ecc…).

Il paziente espone verbalmente il problema che l’ha portato in terapia ed è lo psicologo a dover individuare quelle che sono le aspettative del paziente rispetto al lavoro terapeutico. Il più delle volte il soggetto comunica in modo latente o deformato una serie di richieste di aiuto che riguardano in generale difficoltà inerenti alla sua vita. Solo dopo questa fase si può concordare insieme l’obiettivo della terapia che può essere mirata alla risoluzione dello specifico problema, come avviene nel caso di una terapia breve e “focalizzata” oppure per richiedere un trattamento psicoterapeutico più lungo.

Non è importante solo la modalità di comunicazione utilizzata dal soggetto ma anche ciò che viene comunicato dal terapeuta: egli dovrà utilizzare un linguaggio accessibile, accurato, preciso ed il più conscio e specifico possibile: deve evitare di emettere giudizi e mostrare nel rispetto delle convinzioni e dei sentimenti del paziente. Tutto ciò che il terapeuta fa e dice nel colloquio deve comunicare il suo impegno, la sua competenza, il suo interesse nell’aiutare il paziente (attraverso il linguaggio verbale e non verbale, ed usando i vari canali comunicativi: visivo, uditivo, cinestetico).

Un altro importante ambito d’applicazione è quello della psicofisiologia. Questi studi hanno messo in luce l’importanza dell’emisfero sinistro del cervello per il linguaggio.

In particolare l’area di Broca ancjhe detta area del linguaggio articolato, è una parte dell’emisfero sinistro la cui funzione è coinvolta nell’elaborazione del linguaggio. Tale area può anche essere descritta come l’unione dell’area 44 di Brodmann e della 45, ed è connessa all’area di Wernicke da un percorso neurale detto fascicolo arcuato.

Un danno in quest’area può provocare la cosiddetta afasia di Broca, classificata tra le afasie non fluenti. I pazienti colpiti da questa patologia possono essere incapaci di comprendere o formulare frasi con una struttura grammaticale complessa. Alcune forme di afasia legate a danni nell’area di Broca possono colpire solo determinate aree del linguaggio, come i verbi o i sostantivi. Nel caso di pazienti sordi, può essere inibita la capacità di produrre quei segni corrispondenti al messaggio che essi vogliono comunicare, pur essendo in grado di muovere mani, dita e braccia come prima.

Invece nei pazienti affetti dall’afasia di Wernicke il linguaggio parlato è scorrevole, ma il senso logico è mancante. Anche la comprensione del linguaggio appare compromessa.

Ricapitolando i principali disturbi del linguaggio sono:

l’afasia verbale che comporta la perdita del linguaggio e dell’abilità di scrivere; l’afasia sintattica che consiste nella difficoltà o incapacità ad utilizzare regole grammaticali; l’afasia nominale che consiste nel non trovare le parole che indicano oggetti; la sordità verbale che implica l’incapacità di capire il linguaggio parlato senza che vengano danneggiate le capacità di leggere, scrivere e parlare. Esistono disturbi nella produzione o emissione del linguaggio, per esempio nelle balbuzie. Infine,i cosiddetti disturbi di recezione che vanno sotto il nome di agnosia uditiva.

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